"Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile.
Tutte quelle storie sulla tua strada.
Trovare la tua strada. Andare per la tua strada.
Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada?
Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto."
A. BARICCO
Metafora per definire il lavoro di Coach..
Nella ricerca della propria strada siamo spesso un posto dove ri-crearsi, chiarirsi le idee, stare, mettere "in piazza" i propri sentimenti, le emozioni, i sogni e stabilire obiettivi. O semplicemente ESPERIMERE.
Piazzati sul luogo dove tutto scorre, talvolta per riprendere il cammino. Altre per un semplice gesto, come osservare, seduti al tuo caffè preferito.
Fermi, immobili, a riprendere l'ENERGIA per il prossimo ANDARE verso LA META che SCEGLIAMO.
Da.Ma. Next
Foto: il magico mondo della fotografia
"Lasciati Ispirare e rivela il capolavoro che sei" Le persone hanno in sè tutto ciò che serve per essere FELICI. Numero verde gratuito 800.960214
mercoledì 8 gennaio 2014
martedì 10 dicembre 2013
Le parole programmano il Futuro
Pubblicato su CorrieredellePuglie.com | Ottobre 2013
Il futuro. Una parola così impegnata a spiegarsi negli ultimi tempi, tra lavoro, aspettative, attività, programmi, progetti. Futuro vuol dire tanto. E’ una delle parole cardine delle campagne elettorali, dei programmi politici. Insomma FUTURO è una di quelle parole CHIAVE che accendono i riflettori delle nostre emozioni. La sua etimologia spiega ancora meglio la “magia” e il “mistero” di questa parola. Futuro viene da fuo (latino), che è participio futuro (tempo non esistente nella lingua italiana, ma solo in latino) del verbo essere, cioè di SUM che vuol dire “io sono”. Letteralmente fuo vuol dire “che sarà“, che è da essere. La sua radice spiega da sè una forza proiettiva, insita nell’evoluzione del presente “io sono”. In qualche modo il seme del nostro futuro è già contenuto nel nostro TEMPO PRESENTE. Ma come specificato non esiste più, nel nostro tempo, la radice primaria di quel participio futuro: “ciò che è da essere”.
Le parole esercitano sempre il loro fascino e la parola futuro è una di quelle. Perchè non è solo una parola. E’ il suo significato, ciò che è nascosto nella sua proiezione a caricare di fascino la sua pronuncia.
Ed è su questo che voglio portare la vostra attenzione.
Nella nostra natura siamo liberi di agire, pensare, decidere e scegliere, ma certamente non siamo liberi dalle conseguenze (anche positive) della nostre scelte. Fin qui nessun problema. Il punto è che spessissimo quella particolare parola da noi usata, come FUTURO ad esempio, contiene in sè molto di più di quanto siamo disposti a guardare.
Nella parola futuro riusciamo ad accogliere aggettivi e qualità buone e meno buone. Ma soprattutto aspettative, convinzioni e paure.
Mentre siamo liberi, al tempo stesso il futuro che si è svelato giorno dopo giorno ci ha arricchito di esperienze che hanno costruito nella nostra mente e nelle nostre scelte una serie di sentieri e percorsi – talvolta profondamente inconsapevoli – che ci hanno influenzato nel disegno del nostro futuro.
COME RICONOSCERE QUESTI SENTIERI?
I sentieri tracciati dalle esperienze passate rappresentano gli insegnamenti. Quelli positivi sono certamente importanti e vanno preservati. Si manifestano tramite convinzioni positive, quali ad esempio: “sono capace”, “sono certo che qualsiasi cosa io scelga sarà la migliore”, “il risultato che otterrò sarà positivo”, “sono meritevole”, e così via discorrendo.
Le persone che hanno in sè preservato questo tipo di mentalità riescono ad ottenere risultati migliori sotto tutti i punti di vista, perchè spinti da una grande motivazione al vivere l’esperienza, dato che riescono a coglierne i lati positivi, a prescindere dal risultato raggiunto.
Nella nostra mente ogni CONVINZIONE traccia un autentico percorso comportamentale, che influenzerà le scelte e persino il corpo stesso nell’interazione con il mondo e le persone.
Di conseguenza i risultati che otterremo mantenendo questo tipo di atteggiamento mentale porteranno alla conferma della “delusione”. A quel punto il solco del sentiero non farà altro che tracciarsi più profondamente delineando sempre più nitidamente il futuro in quella direzione.
E confermarsi ancora e ancora e ancora. Nel bene e nel male, amiamo trovare conferme per avere RAGIONE!!!!
COME E’ POSSIBILE MODIFICARE I SENTIERI/CONVINZIONI ATTRAVERSO LE PAROLE?
Uno dei metodi utilizzati per convertire le convinzioni limitanti in potenzianti è MODIFICARE (e soprattutto allenarsi a farlo) il proprio modo di esprimersi.
Ecco qui qualche esempio di trasformazione:
SONO STANCO MORTO –> PROVO STANCHEZZA (essere e provare sono certamente due verbi differenti che “programmano” in modo diverso la nostra mente e di conseguenza il corpo.)
LA VITA E’ UNA LOTTA –> LA VITA è UNA CONQUISTA
NON VA TANTO MALE –> VA SEMPRE MEGLIO
MI SEMBRA DI NON ANDARE MAI AVANTI –> STO STUDIANDO IL MODO PER FARE UN PASSO AVANTI
NON C’E’ MAI NESSUNO CHE MI SOSTENGA –> HO IMPARATO A CONTARE SU ME STESSO
NON MI FIDO PIU’ DI NESSUNO –> STO IMPARANDO A VALUTARE MEGLIO ME E GLI ALTRI
Potremmo andare avanti all’infinito, ma la regola principale è quella di modificare le parole in modo che i concetti siano attivi e “in movimento”. Con un pò di attenzione al modo in cui formulate le frasi chiave che segnano i vostri pensieri in modo positivo, vi accorgerete che le emozioni che le accompagnano e i vostri atteggiamenti vireranno in una direzione più propositiva. Quando la mente intravede il movimento e la POSSIBILITA’ di APPRENDIMENTO, si apre trovando nuove soluzioni. Soluzioni che vi aiuteranno a costruire un FUTURO migliore, più aderente alla vostra visione di vita. E questo insegnamento è valido sia nella vita personale che professionale.
mercoledì 12 giugno 2013
IL LINGUAGGIO DELL'ANIMA. Una storia di Daniela Marrocco Coach
(Anteprima di: dalla 102 in poi: 36 storie per Comunicare) Di Daniela Marrocco Coach
IL LINGUAGGIO
DELL’ANIMA
Questa è una storia timida.
Una di quelle che iniziano a
voce rott..si, rotta. Le parole non si conoscono bene tra loro. Almeno, così
dicevano i dottori che Elia sentiva. Elia si.
Questo è il nome di una bambina
dal nome maschile, perché in quel posto strano, con le mattonelle tutte beige, le avevano dato
questo nome.
Codice lo chiamavano.
Codice lo chiamavano.
Elia aveva appena 8 anni.
Ricordava vagamente di avere
vissuto in un luogo con i prati verdi, l’odore di quel fiore – come si
chiamava - ah si, lavanda. Violetto
leggero nei mesi di Aprile. A p r i l e .
Lei lo pronunciava lettera per
lettera. Si diceva: faceva lo spelling.
Elia faceva lo spelling, anche se poi,
si chiedeva, cosa volesse dire fare lo
spelling quando un tempo è solo tempo in cui i fiori, quelli profumati, si
facevano strada nelle vie delle narici, prima nell’aria, poi nei polmoni.
Elia era un caso diverso. Lei parlava una lingua che doveva
pronunciare piano.
Doveva fare lo spelling. Pensava di parlare normale, di dire
le lettere come se queste si tenessero per mano. Ma così, ecco così non
era - così disse il dottore a sua madre.
Sarà stato per quella inusuale attività cerebrale – che
parola difficile ancora – che non sembrava essere consueta.
Così, i libri, le letture e tutte quelle immagini
impiastricciate a mo’ di segni sulle righe delle pagine le parevano davvero
comprensibili lettere. Lei le leggeva, ma dalla sua voce venivano fuori suoni
che non sembravano corrispondere alle attese.
Elia era diventata un caso.
Il dottore, sempre lui, diceva
che non era nemmeno dislessica. Non era una di quelle bambine che non sapeva
leggere e metter ordine nelle parole. LEI quelle parole le pronunciava
completamente diverse. Un linguaggio inventato, osava dire.
Tanto da forzarla
ad una educazione con quello S P E L L I N G
che sembrava sputare le lettere facendo perdere alle parole il loro
significato.
Lei, Elia, parlava piano. Diceva mamma, senza che mamma la
capisse. Ti voglio bene papà, lo diceva urlando, mentre suo padre alzava le sue
sopracciglia in un atto tra la frustrazione e la noia di un incompreso idioma.
Così giorno dopo giorno, aveva preso a singhiozzar parole,
ingoiarne altre, in quell’esercizio educativo che le aveva fatto perdere il
senso delle frasi. Inseguiva le lettere, le componeva in un puzzle, per
restituirle in bel pacchetto a chi gliele chiedeva. E ogni volta, sentiva, che
perdeva un pezzo del suo mondo.
Era diventata un caso, certo. Perché capiva. Autistica
avevano dichiarato.
Che poi, lei il suo mondo ben lo conosceva. Aveva preso a
vivere in quel posto con le mattonelle beige non appena il dottore - un altro - capì che l’autismo non c’entrava poi tanto.
Lei, Elia o come diavolo si chiamava davvero – non lo ricordava più tra uno
spelling e l’altro – continuava a cercare di tradurre le aspettative di chi le
chiedeva di comunicare in modo comprensibile.
Ma tutto era così complicato.
Qualche volta, si arrabbiava.
Masticava insieme le vocali e
le consonanti e le vomitava precipitosamente lungo la deriva di un colloquio al
termine, o di un esercizio estenuante.
Lei che aveva capito ogni cosa, non sapeva cosa le entrasse
in circolo a modificarle le sensazioni del vociare.
Non sapeva più se era A P R I L E …sapeva che però non c’era
l’odore della lavanda. Faceva caldo il giorno in cui arrivò in quella camera
dalle mattonelle beige un uomo dagli occhi di cielo.
Dottor Gabriel, comprese. Fece qualcosa di diverso dagli altri. Si fermò davanti a lei.
La guardò senza muovere le labbra. Prese una matita e scrisse: come ti chiami,
VERAMENTE?
Elia mosse verso il
dottore – quello nuovo - gli occhi. Era
alla sua altezza accovacciato come un bambino dagli occhi furbi. Come quelli
che fanno le marachelle, pensò. Era simpatico.
Lesse le parole: e disciplinatamente scrisse, ELIA.
Il dottore la guardò. Poi, delicatamente prese la matita e
sottolineò: VERAMENTE.
Elia sbattè le palpebre. Si fermò. Scosse dentro un fremito
e le gocce di lacrima presero a sciogliere la grafite della matita sul foglio.
Il dottore le porse la matita, poi ancora scrisse: chi sei
tu, VERAMENTE?
E LEI, ferma, prese dalle mani dalle dita ferme e pulite
quella matita. Poi scrisse: io.
Il dottor Gabriel aprì un sorriso e la guardò ancora,
pronunciando: io?
Io sono io? E così indicò se stesso…e poi lei.
E aggiunse a parole: io sono io, perché tu sei tu.
Ancora silenzio, poi la piccola prese le mani del dottore
con gli occhi di cielo, con le lacrime a rigarle le guance emaciate e disse piano ancora una
volta: io sono io, tu sei tu. Io, April.
Il dottore aspettò in silenzio, inspirò guadando in alto e
aggiunse: A P R I L …Lettera dopo lettera.
Lei ripetè..e sentì nel cuore una vibrazione, un moto, un
silenzio e poi ancora un tuono.
Gabriel richiese: chi sei tu VERAMENTE?
E LEI RISPOSE: io sono APRIL veramente.
Lui, la intese. E un giorno dopo l’altro fino all’aprile
seguente, APRIL apprese il linguaggio comune, mentre insegnava a Gabriel il
suo, che lo imparò. Senza mai svelarne il segreto.
Si narra che in quel mese, vicino alle coltivazioni di
lavanda, nacque così quello che chiamarono: il linguaggio dell’anima.
martedì 7 maggio 2013
SINDROME DI ALADINO E ALTRI AFFARI in una RELAZIONE A DUE. Parte 1 per LEI (D.Marrocco Coach Bari)
Quanti di voi ricordano quella commedia dal
titolo “What Women Want” che aveva a protagonista Mel Gibson, fulminato – non si
fa per dire – dalla capacità di sentire ciò che le DONNE (anzi le FEMMINE senza
distinzione di razza animale) veramente vogliono,
pensano, desiderano.
Un mondo di emozioni, continui
ragionamenti, infinite preoccupazioni, che si snodano davanti al cinico tombeur
des femmes, che del mondo femminile finisce per diventare portatore di voce.
BENE! Tutto bellissimo. Peccato che sia
solo un film.
Perché nella realtà questa sindrome che accarezza la mente e il cuore di
moltissime donne che vogliono farsi rapire da un amore, essere amate, comprese e ascoltate è il desiderio più frustrato.
Tanto frustrato da trasformarsi in pretesa.
Il Partner è spesso idealizzato come
colui che DEVE diventare il genio della lampada,
capace di realizzare tutti i desideri. E questo senza che LEI debba neanche esprimerli.
Se no, che amore sarebbe?
Come se questo GENIO dei giorni NOSTRI, attraverso letture della mente, profili
social e riferimenti fin troppo impliciti dovesse in qualche modo interpretare
CORRETTAMENTE i desideri e darsi ben da fare per realizzarli.
CHIEDERE
non farebbe parte del gioco di ruolo, stravolgendo persino la mitica leggenda
di Aladino, che i suoi 3 desideri al suo Genio deve pronunciarli e anche ben
distinti.
Di contro, c’è da dire che di questa
pretesa - non troppo fiabesca - i partner di sesso maschile diventano consapevoli
solo quando NON hanno realizzato i presunti sogni delle proprie compagne,
ritrovandosi ad essere accusati per disattenzione, poca sensibilità e a vivere
– non in tutti i casi-
frustrazioni evidenti per non essere riusciti a rendere felice l’altra
metà.
E
qui iniziano i dolori. O forse anche le opportunità.
SI perché, uomo e donna si attraggono,
si cercano, si vogliono, e finiscono anche per TROVARSI. Si illuminano di
immenso (in alcune alchimie davvero poetiche) in tutto il tempo dell’iniziale
scoprirsi, conoscersi, odorarsi. Fino poi ad accorgersi che: SIAMO COMPLETAMENTE DIVERSI.
Diversi
nella mente, diversi nell’approccio, diversi nell’intendere, diversi nel
SENTIRE, DIVERSI NEL LINGUAGGIO.
Nella prima fase di una rapporto capita
spesso di INTENDERSI AL VOLO, OCCHI NEGLI OCCHI.
Ma nel prosieguo di una relazione la
situazione è destinata a cambiare.
Uomini e donne cominciano a tornare in
sé, a ritrovare il centro del proprio essere e a chiedere all’altro di
avvicinarsi nel proprio mondo. Un mondo che rimane nuovo, che si differenzia
dalla BOLLA DI INNAMORAMENTO ed ENTUSIASMO iniziale per riscoprire limiti,
confini, sensi e significati talvolta sconosciuti.
Non è inusuale ritrovarsi ad interagire
con un partner diverso da quello che ci si aspettava.
In
questa prima parte, la mia attenzione è rivolta alla parte FEMMINILE DELLA
COPPIA.
Affinché
una coppia possa funzionare ricordate che:
a) Lui
è diverso da voi,
soprattutto nel cervello. Le donne hanno continue connessioni neurali. Gli
uomini spesso optano ragionare per compartimenti stagni. Non pretendete che vi
segua da un argomento all’altro;
b) Lui
trova soluzioni quando gli esponete un problema. Perciò, siate chiare sull’intenzione
che avete rispetto al dialogo. Se volete ascolto, ditelo. Altrimenti, vi
troverete a sfogarvi di fronte a qualcuno che sta cercando di proporvi
soluzioni che a voi non interessano, e finirete per sentirvi entrambi
frustrati;
c) Fategli
chiaramente comprendere COSA VOLETE VERAMENTE. Non possiede la sfera di cristallo e la sua idea è che
se c’è bisogno di qualcosa, lo direte. Perché questo è il suo linguaggio.
d) Non
pretendete di parlare solo la vostra lingua. Conoscete anche la sua. Nel gioco delle parti e nella
sindrome di Aladino, spesso dimentichiamo che un uomo è una PERSONA con
necessità, preoccupazioni, pensieri. Sarà il caso di ricordare che non è lì ad
aspettare noi e i nostri bisogni. Ne ha anche lui. Perciò, ascoltate il suo
silenzio. E’ istruttivo.
e) Evitate
di pensare di conoscere un uomo intimamente solo perché il sesso è intimo. Intimo e intimità sono due concetti
distinti. Lui utilizza il sesso come metro di valutazione e conoscenza
iniziale. Lei utilizza il sesso come meta di arrivo, condivisione,
comprensione, accoglienza. E’ nella fisiologia, nella natura. Se davvero
pensate di essere in intimità con il vostro LUI, provate a stare in silenzio
con lui per 5 minuti di orologio in pieno relax, senza parlare. Lì potrete
conquistarlo davvero.
f) RIDETE
e tenetevelo stretto.
Le donne spesso usano le emozioni più catartiche per esprimersi. Dolore,
sofferenza, profondità sono parte dell’essere donna, fisiognomicamente e
metaforicamente. Gli uomini accedono al mondo attraverso la superficie. Perciò
amano emozionarsi con il sorriso, la leggerezza. Non è necessario essere tutti
dei sub. Va bene anche andar a fior di acqua.
g) FEMMINE, non solo madri. Ricordate una
cosa importante. Un uomo viene conquistato da una FEMMINA e non da una madre.
Riconoscete la vostra individualità, la femminilità e l’autonomia. Essere
geishe e madri dei vostri Lui non vi aprirà le porte del “e vissero per sempre
felici e contenti”. E’ importante il confronto, piuttosto che l’adesione.
Neanche lui cerca un Genio della Lampada. Solo qualcuno che possa – davvero –
farlo SENTIRE UN GENIO DELLA LAMPADA, onorarlo e più di tutto farlo sentire
IMPORTANTE.
E
al termine di tutto questo, ricordate di mantenere alto il vostro livello di
autostima e la spiccata capacità di comprendere che l’unico Genio in grado di
realizzare veramente i vostri desideri più intimi, siete solo VOI. Il vostro
LUI sarà la ciliegina sulla torta che renderà ancor più speciale ogni singolo
momento.
lunedì 15 aprile 2013
Mediazione Familiare: quando le azioni ti riportano nel mezzo. (Daniela Marrocco | Mediatore Familiare)
Questo articolo è stato scritto 6 anni fa, quando la mediazione era in diffusione ma non ancora riconosciuta come mezzo stragiudiziale di ricomposizione del conflitto tra le parti che intendevano separarsi, al fine di trovare un accordo win-win, nell'ottica della tutela dei figli.Oggi, grazie al lavoro di scuole di Formazione (ndr. Ikos Bari) e di altrettanti colleghi mediatori, questo strumento sta diventando sempre più una scelta. Per ritrovare un equilibrio anche nella separazione e riportare l'attenzione su chi nella divisione di un sistema famiglia conta di più: i figli.
Mediazione: quando le azioni ti riportano nel mezzo... di noi.
Potrei iniziare a parlare della mediazione familiare quando poco più di 10 anni (ndr: Daniela Marrocco)* fa ho iniziato il mio percorso proprio qui, in IKOS, avventurandomi in una professione ancora tutta da disegnare. Potrei scrivere degli occhi aperti di coloro che vagavano nell'attesa di una risposta alla domanda: conosce la mediazione familiare? e dello stupore quando spiegavo loro che la mia professione era quella di agevolare un percorso di comunicazione tra due persone che stanno per separarsi.
Potrei elencare le infinite iniziative che hanno accompagnato il matrimonio con una professione che parla di dolore, conosce il sapore delle esperienze di separazione e degli accordi da realizzare.
Invece, voglio parlarvi di quello che la MEDIAZIONE riesce a fare quando è in atto, quando riesce a realizzarsi, quando vive e aiuta a ricreare un futuro nuovo. Oggi che si è consolidata nel tempo, grazie alle numerose iniziative di divulgazione e ai percorsi di formazione che IKOS ha promosso nel tempo.
La MEDIAZIONE FAMILIARE non è soltanto una definizione.
E' soprattutto una PROFESSIONE che mira ad agevolare un processo di autonomia tra i due coniugi che hanno intrapreso un percorso di separazione. E' il mezzo attraverso cui possono tornare a COMUNICARE, a ricreare un ambito di RELAZIONE dove ricercare NUOVI EQUILIBRI, per se stessi e per i FIGLI, in particolare.
ESSERE MEDIATORE FAMILIARE OGGI è una grande OPPORTUNITA' di crescita PROFESSIONALE E PERSONALE.
Un'opportunità reale per entrare in contatto con le persone e la loro storia di vita, guardando verso il futuro dell'esperienza tutta da creare.
Nell'esperienza di 10 anni di attività di mediazione, a prescindere dal risultato, ho ricevuto dalla MEDIAZIONE e dal SUO ESERCIZIO una ricchezza di vita e di professionalità che mi consentono di potere condividere la mia abilità con coloro che vogliono diventare MEDIATORI OGGI.
Nella realtà dei divorzi in crescita e delle separazioni in aumento, il MEDIATORE rappresenta la professionalità del PRESENTE.
Un attore discreto e professionale in grado di rimettere al mondo nuove concezioni di relazione, di autonomia, tra parti che hanno smesso di mettere in comune una parte di sè.
Nel suo lavoro, il MEDIATORE è soprattutto colui che agevola la presa d'atto di sè, la rivalorizzazione della persona in quanto capace di creare un proprio futuro diverso da quello vissuto, con presenza umana ed empatia.
In questo approccio alla mediazione, imprescindibili sono le conoscenze e le abilità pratiche legate alla relazione interpersonale e alla comunicazione offerte dalla PNL Bio-etica: un approccio ecologico e soprattutto indispensabile per accedere a quell'esperienza emotiva e quotidiana che spesso occulta le intenzioni positive di ogni comportamento, scelta, azione.
DIVENTARE MEDIATORE OGGI è l'opportunità per DIVENTARE PROFESSIONISTI VERI DELLA RELAZIONE DI AIUTO E inserirsi in un ambito professionale dove gli ambiti di azioni sono infiniti, come le esperienze di vita di tutti noi.
"Tutto il resto era ancora nulla. Inventarlo - questo sarebbe stato meraviglioso." A. Baricco
Ed è in questo che il MEDIATORE con la sua abilità e neutralità può inserirsi: aiutare i coniugi separandi a re-inventare ciò che ancora non si riesce a vedere.
Ringrazio personalmente IKOS per il valore degli insegnamenti, e per l'opportunità fornitami di condividere il mio lavoro e la mia dedizione con tutti coloro che nel tempo sceglieranno la mediazione familiare e la relazione di aiuto come professione del prprio prossimo futuro.
Daniela Marrocco
Mediatore Familiare, Coach e Counselor
www.ikosageform.it
venerdì 12 aprile 2013
IL POTERE DEI NO. di DANIELA MARROCCO COACH
IL POTERE DEI NO.
Comunicare se stessi parte certamente
dalla disponibilità, dalla capacità di essere propositivi e aperti agli input
altrui. Dire SI è un modo per aprirsi, per comprendere, per accettare l’altrui
punto di vista, per conoscere, per apprendere, per sperimentare, per crescere.
Tuttavia, dire SEMPRE SI, può
diventare un’arma a doppio taglio. Il si può tradursi in una prigione
relazionale – sia che si tratti di ambiti familiari, relazionali e
professionali .
Alla radice della impossibilità o
incapacità di dire NO esiste una reale motivazione. In primis il senso di
insicurezza e di stabilità emotiva che il NO comporta. Le persone super
disponibili esprimono questa difficoltà di rifiuto a fare ciò che non
amerebbero o che non sentono giusto fare, proprio perché sono imprigionate in
uno schema che porta loro comunque dei vantaggi. Primo fra tutti, l’essere
VISTI come persone disponibili. L’etichetta li distingue e rende loro possibile
una identificazione altrimenti ritenuta non possibile. Una etichetta che li
imbottiglia in una gabbia di insicurezza o atteggiamento dubbioso.
Aderire alla altrui volontà è un
atteggiamento tipico dei bambini, peraltro. Un modo per agire la parte del “bravo
bambino che merita amore e fiducia”, uno schema adattivo per farsi vedere e
riconoscere nell’età infantile dalle figure più importanti del sistema: i
genitori.
Si tratta di fatto di un retaggio
dovuto all'abitudine ad obbedire di fronte all’autorevolezza, sviluppando un atteggiamento
remissivo. Normalmente, l’incapacità o la difficoltà ad esprimere DISSENSO o un
NO nascono dalla interazione frustrante con figure autorevoli (genitori,
insegnanti) e insegnano di fatto al soggetto una modalità di interazione più
adeguante e morbida.
Dire NO, comunque , è una presa di
responsabilità da parte di chi lo esercita. La responsabilità di non
assecondare le aspettative altrui, correndo il rischio di “non essere
corrisposti o amati o accettati”.
In qualche modo, è come se esistesse
una sorta di guardiano interno che obbliga la persona a dire SI piuttosto che
esprimere il REALE DESIDERIO INTERNO, impedendone la attuazione. Al tempo
stesso, questa tensione, porta ad un conflitto interno davvero molto forte.
Pertanto, potremmo dire che il SI
esterno – in questi casi – corrisponde ad un NO FORTE E CENSORE interno.
Dire sempre si è tra l’altro, un modo
per illudersi che gli altri ci amino e ci accettino per come siamo.
L’EQUILIBRIO è LA CHIAVE.
Certo, non vogliamo dire che dire NO
sia la soluzione ai problemi di relazione o ai conflitti interni. Anzi. Il si e
l’assertività rimangono importanti nella comunicazione, in termini di
accettazione dell’altro.
Il NO è tuttavia un’arma potente di
affermazione di sé e di equilibrio interno. Ci sono casi e situazioni in cui il
NO all’altro diventa una protezione interna, un modo per salvaguardare la
propria stabilità emotiva e in taluni casi estremi persino l’incolumità fisica.
COME
MIGLIORARE QUESTO COMPORTAMENTO?
1) CONSAPEVOLEZZA:
“Rendersi
conto delle ragioni storiche di questo comportamento verso gli altri è
senz’altro un primo passo che consente di essere autentici nelle
relazioni.
2) PRENDERE
ATTO DEI PROPRI DESIDERI
Imparare ad esprimere e rendere noti - a se stessi prima di tutto – i propri desideri. Gli stessi che annulliamo e di cui non siamo consapevoli lasciando spazio solo all’altrui richiesta.
Imparare ad esprimere e rendere noti - a se stessi prima di tutto – i propri desideri. Gli stessi che annulliamo e di cui non siamo consapevoli lasciando spazio solo all’altrui richiesta.
3) ONESTA’
E SENSO DI REALTA’
Imparare
ad esprimere ciò che si pensa in modo assertivo, anche se in contrasto con l’altrui
volontà. Il conflitto è infondo uno stato naturale della relazione. Esprimere
onestamente il proprio pensiero supporta il senso di responsabilità e rafforza
il senso di capacità a saper gestire situazioni anche diverse e complesse,
aumentando il livello di autostima.
4) RISCHIO
E RESPONSABILITA’
Rischiare di deludere e dire di no piuttosto
che coltivare questo bisogno continuo di non deludere l'altro. Si può iniziare
dalle piccole azioni quotidiane
5) SENSO
DI SE’
Realizzate
una immagine anche visiva di chi siete e di chi volete essere, con la
distinzione di ciò che dipende da voi direttamente e cosa dagli altri.
Realizzerete con meraviglia che sono davvero molte le cose che possiamo fare
per noi senza dovere cedere all’altrui volontà e che ci fanno sentire
pienamente soddisfatti, accettati e amati. La disponibilità verso gli altri e l’essere
al servizio degli altri possono rimanere scelte che riserviamo a coloro che
sono davvero importanti per noi.
DIRE SI A NOI STESSI ATTRAVERSO
UN NO, serve a dare un messaggio di amorevolezza verso noi stessi anche al
mondo esterno.
(Ama il prossimo tuo come te
stesso. )
mercoledì 20 marzo 2013
In nome del Padre. Daniela Marrocco
In nome del Padre, Del Figlio.
Inizia così il Padre Nostro. Cattolici o no, la forma di preghiera più simbolica che si possa pronunciare. La prima. Ed è proprio partendo da quella primordialità che voglio oggi esplorare la figura del PADRE.
Scegliendo di iniziare dalla sua etimologia.
Etimologicamente viene da Pater, dalla radice Pa, ovvero proteggere, ma anche nutrire. Da questo sarebbe elementare definire il Pater, padre, colui che fin dalla notte dei tempi ha il compito di proteggere e nutrire.
Di qui il significato si estende a signore, colui che mantiene la famiglia.
Si usa dire: una donna mette al mondo un figlio.
Un padre ha il compito di metterlo "nel" mondo.
Padre. Uomo.
E' interessante rendersi conto di quanto il GENITORE padre entri in gioco in termini di autorità. In qualche modo il suo archetipo di padre-padrone viene mantenuto nell'ordine interno che ognuno di noi ha.
Padre e Madre, Uomo e Donna sono così un UNIVERSO complesso da esplorare in un unico articolo.
Per questo motivo voglio solo guardare al Padre dal punto di vista sistemico.
Nell'approccio delle Costellazioni Familiari Sistemiche di Bert Hellinger il Padre è nella sua posizione primaria, alla destra della Madre, Donna, Moglie.
Un padre aspetta, attende il suo turno nella intima relazione di un figlio con sua madre. E' un momento di estraneazione. Un momento in cui ancora madre e figlio sono uno per l'altro e uno nell'altro.
Il rischio in questi momenti è che si perda di vista la doppia visione sistemica della relazione: coppia/genitori.
A prevalere infatti è quella genitoriale. Il distacco di intimità è un temporaneo costo che deve essere tenuto in conto.
Nelle costellazioni familiari "ONORARE IL PADRE e LA MADRE" è una delle più importanti ritualità per riconoscere loro il valore del Dono della Vita.
A prescindere dalle scelte e dagli errori commessi, il figlio e la figlia riconoscono la bontà delle intenzioni dei genitori, oltre ogni giudizio. Se lo sentono accettano il sentito "MI DISPIACE" dei genitori qualora il dolore inferto sia stato oltremodo sopportabile.
Il Padre rappresenta l'energia maschile, la forza, la capacità di decisione, di movimento nel mondo. Essere in pace con la sua energia maschile contribuisce alla crescita di uomini (figli) in gradio di conoscere se stessi, complici della propria vulnerabilità; e al contempo alla crescita di donne (figlie) in grado di accettare un modello di relazione costruttivo, in equilibrio tra l'accettazione delle regole e la responsabilità di scelta.
Se saprai conservare la testa, quando intorno a te
tutti perderanno la loro e te ne faranno una colpa;
se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno,
ma saprai capire il loro dubbio;
se saprai aspettare senza stancarti nell’attesa,
ed essere calunniato senza calunniare;
o essere odiato senza dare tu sfogo all’odio,
e non apparir troppo bello, né dire cose troppo sagge;
se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone;
se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo fine;
se saprai incontrare il trionfo ed il disastro
e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se saprai sopportare di sentire le tue parole giuste
falsate da furfanti per ingannare gli sciocchi;
o vedere le cose per cui hai dato la vita spezzate,
e curvarti e ricostruirle con logori utensili;
se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un giro di testa e croce;
e perdere e ricominciare da capo
senza fiatare sulle tue perdite;
se saprai forzare il tuo cuore, i nervi e i tendini
per assecondare il tuo volere, anche quando essi sono consumati;
e così resistere, quando non c’è più niente in te,
tranne che la volontà che dice loro: “tenete duro!”;
se saprai parlare alle folle e mantenerti virtuoso,
passeggiare con i re e non perdere la semplicità;
se né i nemici, né gli amici potranno offenderti,
se tutti conteranno, ma nessuno troppo;
se saprai riempire il minuto inesorabile,
dando valore ad ognuno di quei sessanta secondi;
tuo sarà il mondo e tutto ciò che esso contiene,
e, ciò che più conta, tu sarai un Uomo, figlio mio.
Inizia così il Padre Nostro. Cattolici o no, la forma di preghiera più simbolica che si possa pronunciare. La prima. Ed è proprio partendo da quella primordialità che voglio oggi esplorare la figura del PADRE.
Scegliendo di iniziare dalla sua etimologia.
Etimologicamente viene da Pater, dalla radice Pa, ovvero proteggere, ma anche nutrire. Da questo sarebbe elementare definire il Pater, padre, colui che fin dalla notte dei tempi ha il compito di proteggere e nutrire.
Di qui il significato si estende a signore, colui che mantiene la famiglia.Si usa dire: una donna mette al mondo un figlio.
Un padre ha il compito di metterlo "nel" mondo.
Padre. Uomo.
E' interessante rendersi conto di quanto il GENITORE padre entri in gioco in termini di autorità. In qualche modo il suo archetipo di padre-padrone viene mantenuto nell'ordine interno che ognuno di noi ha.
Padre e Madre, Uomo e Donna sono così un UNIVERSO complesso da esplorare in un unico articolo.
Per questo motivo voglio solo guardare al Padre dal punto di vista sistemico.
Nell'approccio delle Costellazioni Familiari Sistemiche di Bert Hellinger il Padre è nella sua posizione primaria, alla destra della Madre, Donna, Moglie.
Un padre aspetta, attende il suo turno nella intima relazione di un figlio con sua madre. E' un momento di estraneazione. Un momento in cui ancora madre e figlio sono uno per l'altro e uno nell'altro.
Il rischio in questi momenti è che si perda di vista la doppia visione sistemica della relazione: coppia/genitori.
A prevalere infatti è quella genitoriale. Il distacco di intimità è un temporaneo costo che deve essere tenuto in conto.
Nelle costellazioni familiari "ONORARE IL PADRE e LA MADRE" è una delle più importanti ritualità per riconoscere loro il valore del Dono della Vita.
A prescindere dalle scelte e dagli errori commessi, il figlio e la figlia riconoscono la bontà delle intenzioni dei genitori, oltre ogni giudizio. Se lo sentono accettano il sentito "MI DISPIACE" dei genitori qualora il dolore inferto sia stato oltremodo sopportabile.
Il Padre rappresenta l'energia maschile, la forza, la capacità di decisione, di movimento nel mondo. Essere in pace con la sua energia maschile contribuisce alla crescita di uomini (figli) in gradio di conoscere se stessi, complici della propria vulnerabilità; e al contempo alla crescita di donne (figlie) in grado di accettare un modello di relazione costruttivo, in equilibrio tra l'accettazione delle regole e la responsabilità di scelta.
Il padre diventa così una figura fondamentale e rappresenta la
capacità di farsi valere nel mondo, di costruire rapporti sociali adeguati, di
sviluppare un’immagine meritevole di se stessi.
La figura paterna continua a trasformarsi oggi in base alle necessità del sociale, del vivere, dell'essere. A livello simbolico il padre rappresenta tutto questo e soprattutto la
capacità dell’individuo di costruire una prospettiva di vita autonoma e
autodeterminante.
Questo valore simbolico della figura paterna è un
elemento che travalica i confini delle singole culture e rappresenta un carattere universalmente valido
al di là dei contesti sociali e culturali differenti, in quanto insito nei
comportamenti dell’uomo in generale inteso come costruttore di simboli per
interpretare ed elaborare la realtà che lo circonda.
In nome del padre, condivido una poesia di Kipling "Se" integra in sè il messaggio più completo di un Padre ad un Figlio.
Kipling, Se.
Se saprai conservare la testa, quando intorno a te
tutti perderanno la loro e te ne faranno una colpa;
se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno,
ma saprai capire il loro dubbio;
se saprai aspettare senza stancarti nell’attesa,
ed essere calunniato senza calunniare;
o essere odiato senza dare tu sfogo all’odio,
e non apparir troppo bello, né dire cose troppo sagge;
se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone;
se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo fine;
se saprai incontrare il trionfo ed il disastro
e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se saprai sopportare di sentire le tue parole giuste
falsate da furfanti per ingannare gli sciocchi;
o vedere le cose per cui hai dato la vita spezzate,
e curvarti e ricostruirle con logori utensili;
se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un giro di testa e croce;
e perdere e ricominciare da capo
senza fiatare sulle tue perdite;
se saprai forzare il tuo cuore, i nervi e i tendini
per assecondare il tuo volere, anche quando essi sono consumati;
e così resistere, quando non c’è più niente in te,
tranne che la volontà che dice loro: “tenete duro!”;
se saprai parlare alle folle e mantenerti virtuoso,
passeggiare con i re e non perdere la semplicità;
se né i nemici, né gli amici potranno offenderti,
se tutti conteranno, ma nessuno troppo;
se saprai riempire il minuto inesorabile,
dando valore ad ognuno di quei sessanta secondi;
tuo sarà il mondo e tutto ciò che esso contiene,
e, ciò che più conta, tu sarai un Uomo, figlio mio.
martedì 12 febbraio 2013
I PUNTI INTERROGATIVI? Sono manici di ombrello e ganci in mezzo al cielo (DMARROCCO Coach)
I PUNTI INTERROGATIVI? Sono manici di ombrello e ganci in mezzo al cielo - Daniela Marrocco Coach
Essere o non essere diceva Amleto..
Il mondo sta vivendo sotto un punto interrogativo.
Mi è sempre piaciuto pensare che i punti interrogativi (?) fossero delle grandi risorse.
Se li guardi così, fermi e curvi ti viene in mente di raddrizzarli (!) con una risposta.
E se provassimo a girare la testa in giù per poco...se guardassimo dall'alto un punto interrogativo?
Assomiglierebbe molto a quel gancio in MEZZO AL CIELO da afferrare per trovare il PASSAGGIO verso qualcosa di NUOVO, DIVERSO.
O magari, come MANICI DI OMBRELLO DA USARE ALL'INCONTRARIO.. Barche che solcano il mare dell'incognita, zattere improvvisate di una traversata verso nuovi orizzonti di vita.
E' che ci vuole CORAGGIO a vivere con il sangue che ti circola in volto per un pò..o avere le vertigini perchè i piedi non sono per terra!
Ci vuole il CORAGGIO di essere LIBERI. Di OSARE.
Ci vuole coraggio a farsi traghettare e lasciarsi andare dalla corrente, tenendo quel MANICO a mo' di TIMONE.
Ci vuole CORAGGIO A CREDERE NELLA MAGIA DEL CASO e nella SAGGEZZA del CAOS.
Ma ancor più ci vuole una MENTE APERTA (come un ombrello) per accogliere un corpo che freme, che vibra, che accoglie un pensiero in grado di DISEGNARE MAGIA o infinite PAURE.
Aprire la MENTE al SOGNO è un pò questo: AFFERRARE il manico di ombrello, il gancio in mezzo al cielo e farsi trasportare dalla corrente fino alla prossima fermata.
Scegliendo di ESSERE..
Perchè è troppo più semplice CEDERE...
Ma LASCIARSI ANDARE CON FEDE..QUELLA è LA VERA MAGIA.
La stessa che sa che quel DIVERSO E MEGLIO in effetti c'è. ESISTE.
Quasi sempre dopo un'esplosione... Chiedere al Big Bang per info.
Un ringraziamento SPECIALE all'ISPIRAZIONE DELLA MAGIA di CIRQUE DU SOLEIL.
Autentici POETI della LIBERTA'.
Essere o non essere diceva Amleto..
Il mondo sta vivendo sotto un punto interrogativo.
Mi è sempre piaciuto pensare che i punti interrogativi (?) fossero delle grandi risorse.
Se li guardi così, fermi e curvi ti viene in mente di raddrizzarli (!) con una risposta.
E se provassimo a girare la testa in giù per poco...se guardassimo dall'alto un punto interrogativo?
Assomiglierebbe molto a quel gancio in MEZZO AL CIELO da afferrare per trovare il PASSAGGIO verso qualcosa di NUOVO, DIVERSO.
O magari, come MANICI DI OMBRELLO DA USARE ALL'INCONTRARIO.. Barche che solcano il mare dell'incognita, zattere improvvisate di una traversata verso nuovi orizzonti di vita.
E' che ci vuole CORAGGIO a vivere con il sangue che ti circola in volto per un pò..o avere le vertigini perchè i piedi non sono per terra!
Ci vuole il CORAGGIO di essere LIBERI. Di OSARE.
Ci vuole coraggio a farsi traghettare e lasciarsi andare dalla corrente, tenendo quel MANICO a mo' di TIMONE.
Ci vuole CORAGGIO A CREDERE NELLA MAGIA DEL CASO e nella SAGGEZZA del CAOS.
Ma ancor più ci vuole una MENTE APERTA (come un ombrello) per accogliere un corpo che freme, che vibra, che accoglie un pensiero in grado di DISEGNARE MAGIA o infinite PAURE.
Aprire la MENTE al SOGNO è un pò questo: AFFERRARE il manico di ombrello, il gancio in mezzo al cielo e farsi trasportare dalla corrente fino alla prossima fermata.
Scegliendo di ESSERE..
Perchè è troppo più semplice CEDERE...
Ma LASCIARSI ANDARE CON FEDE..QUELLA è LA VERA MAGIA.
La stessa che sa che quel DIVERSO E MEGLIO in effetti c'è. ESISTE.
Quasi sempre dopo un'esplosione... Chiedere al Big Bang per info.
Un ringraziamento SPECIALE all'ISPIRAZIONE DELLA MAGIA di CIRQUE DU SOLEIL.
Autentici POETI della LIBERTA'.
sabato 26 gennaio 2013
SINGLETUDINE: SARA' MICA UNA LETTERA SCARLATTA? (D. Marrocco Coach)
SINGLETUDINE: sarà mica una lettera scarlatta?
Diciamolo. Single è uno stato sociale diffuso.
Uomo o donna che sia.
Da Sex&theCity e New York City la SINGLETUDINE è uno stato che caratterizza. C'è poco da fare.
Sulla carta di identità ci si riferisce ai Single come "liberi".
E non per citare una nota pubblicità, ma ci chiediamo: LIBERI DI ?
Perchè a dirla tutta, ma proprio tutta, i SINGLE non sembrano così liberi. A raccontarla in vero i single sembra che abbiano il MARCHIO di "conquistatori incalliti" (pour homme) e quello di "navigate man-eaters" (pour femme).
Non molto tempo fa ero intenta a rivedere il rimaneggiamento cinematografico del libro di Fabio Volo - Il giorno in più.
Ed è lì che mi sono accorta che a latere di tutto, SINGLE è uno STATO che genera business, ma è soprattutto un'etichetta che imprigiona in una confenzione dall'appeal controverso le persone "affette" da questo stato.
Ora, se l'etichetta è per: crociere, siti di incontro, clubs, speed dating, serie televisive, films, vacanze a tema, ok. E' perfetto.
Infondo, come Coach, aiuto ogni singola persona a trovare ciò che è meglio per lei.
Ma mi chiedo: quando è che SINGLE diventa una discriminazione?
Il single di fatto viene associato ai seguenti luoghi COMUNI:
a) Può fare straordinario e rimanere di più a lavoro (tanto non ha una famiglia nè un partner);
b) è di fatto una persona dalla precarie responsabilità, altrimenti per parere comune avrebbe una minima idea di impegno con qualcuno;
c) (Per lui) può uscire e far tardi la sera più di altri, perchè notoriamente è un viveur incallito se non un Peter Pan recidivo.
d) (Per lei) Esce e non può comprendere le necessità di una mamma con figli perchè non ne ha.
Potrei continuare all'infinito. Il punto però è del tutto diverso.
La SINGLETUDINE, che ci crediate o no, diventa per alcuni uno stato di necessità forzata (ma saranno in pochi ad ammetterlo).
Non credete ai SINGLE che vogliono rimanere tali.
Nessuno vuole rimanere davvero solo (generalizzazione forzata, escludendo eremiti e spiritualisti).
Ed è pur vero che un single impara a stare da solo. Forse troppo.
Perciò per tutti quei SINGLE che VOGLIONO modificare la propria situazione, ho alcune provocazioni:
a) imparate a far da soli, ma anche ad accettare ciò che viene da fuori: che sia un aiuto, un abbraccio, una forma di cura. Spesso nel mio lavoro osservo persone single che si beano della loro indipendenza. Va bene essere indipendenti, naturalmente. Meno se diventa ostacolo ad una relazione. "Sono abituato a far da solo/a" non può essere una culla in cui restare per difendersi dalle delusioni;
b) mentre si è soli ci si conosce, ma neanche troppo. La relazione FA BENE. Ci si conosce anche attraverso gli altri. Perciò, è bene sfidare se stessi in esperienze che ci portino anche un pò lontano rispetto al "io sono fatto/a così". Questa affermazione è falsa quanto inutile. Non siete un cartone alla Jessica Rabbit.
c) trovare l'anima gemella NON è il sogno di tutti, ma di molti. Se non è il vostro, va benissimo. Ma non vi ostinate ad essere diversi. Non servono solo principesse e principi azzurri. Anche cacciatori, orchi, orchesse, cattivi...Insomma. Siate chi volete essere, ma rendetevi conto solo se SCEGLIETE DAVVERO di essere SINGLE, oppure state utilizzando la condizione per giustificare una "paura" di fondo. Di solito nota con il nome di Delusione.
E se in tutto questo amate i vostri spazi, ma al tempo stesso volete condividere la vostra vita con qualcuno, ricordate di IMPARARE CHI SIETE e che si può CHIEDERE.
CONOSCERSI DAVVERO rimane l'arma di SEDUZIONE più importante. Anche verso noi stessi.
Single, infondo, è l'inizio di una storia d'amore con se stessi, che deve e può lasciare spazio anche ad altro - o altri.
Perciò, al prossimo: "Fai tu il lavoro, tanto non hai nessuno che ti aspetta a casa", prendetevi tutto il tempo e la voglia di rispondere: "Ho un impegno con la persona più importante della mia vita: ME". E andate a VIVERE.
Infondo, ME è una ottima ragione per VIVERE.
Diciamolo. Single è uno stato sociale diffuso.
Uomo o donna che sia.
Da Sex&theCity e New York City la SINGLETUDINE è uno stato che caratterizza. C'è poco da fare.
Sulla carta di identità ci si riferisce ai Single come "liberi".
E non per citare una nota pubblicità, ma ci chiediamo: LIBERI DI ?
Perchè a dirla tutta, ma proprio tutta, i SINGLE non sembrano così liberi. A raccontarla in vero i single sembra che abbiano il MARCHIO di "conquistatori incalliti" (pour homme) e quello di "navigate man-eaters" (pour femme).
Non molto tempo fa ero intenta a rivedere il rimaneggiamento cinematografico del libro di Fabio Volo - Il giorno in più.
Ed è lì che mi sono accorta che a latere di tutto, SINGLE è uno STATO che genera business, ma è soprattutto un'etichetta che imprigiona in una confenzione dall'appeal controverso le persone "affette" da questo stato.
Ora, se l'etichetta è per: crociere, siti di incontro, clubs, speed dating, serie televisive, films, vacanze a tema, ok. E' perfetto.
Infondo, come Coach, aiuto ogni singola persona a trovare ciò che è meglio per lei.
Ma mi chiedo: quando è che SINGLE diventa una discriminazione?
Il single di fatto viene associato ai seguenti luoghi COMUNI:
a) Può fare straordinario e rimanere di più a lavoro (tanto non ha una famiglia nè un partner);
b) è di fatto una persona dalla precarie responsabilità, altrimenti per parere comune avrebbe una minima idea di impegno con qualcuno;
c) (Per lui) può uscire e far tardi la sera più di altri, perchè notoriamente è un viveur incallito se non un Peter Pan recidivo.
d) (Per lei) Esce e non può comprendere le necessità di una mamma con figli perchè non ne ha.
Potrei continuare all'infinito. Il punto però è del tutto diverso.
La SINGLETUDINE, che ci crediate o no, diventa per alcuni uno stato di necessità forzata (ma saranno in pochi ad ammetterlo).
Non credete ai SINGLE che vogliono rimanere tali.
Nessuno vuole rimanere davvero solo (generalizzazione forzata, escludendo eremiti e spiritualisti).
Ed è pur vero che un single impara a stare da solo. Forse troppo.
Perciò per tutti quei SINGLE che VOGLIONO modificare la propria situazione, ho alcune provocazioni:
a) imparate a far da soli, ma anche ad accettare ciò che viene da fuori: che sia un aiuto, un abbraccio, una forma di cura. Spesso nel mio lavoro osservo persone single che si beano della loro indipendenza. Va bene essere indipendenti, naturalmente. Meno se diventa ostacolo ad una relazione. "Sono abituato a far da solo/a" non può essere una culla in cui restare per difendersi dalle delusioni;
b) mentre si è soli ci si conosce, ma neanche troppo. La relazione FA BENE. Ci si conosce anche attraverso gli altri. Perciò, è bene sfidare se stessi in esperienze che ci portino anche un pò lontano rispetto al "io sono fatto/a così". Questa affermazione è falsa quanto inutile. Non siete un cartone alla Jessica Rabbit.
c) trovare l'anima gemella NON è il sogno di tutti, ma di molti. Se non è il vostro, va benissimo. Ma non vi ostinate ad essere diversi. Non servono solo principesse e principi azzurri. Anche cacciatori, orchi, orchesse, cattivi...Insomma. Siate chi volete essere, ma rendetevi conto solo se SCEGLIETE DAVVERO di essere SINGLE, oppure state utilizzando la condizione per giustificare una "paura" di fondo. Di solito nota con il nome di Delusione.
E se in tutto questo amate i vostri spazi, ma al tempo stesso volete condividere la vostra vita con qualcuno, ricordate di IMPARARE CHI SIETE e che si può CHIEDERE.
CONOSCERSI DAVVERO rimane l'arma di SEDUZIONE più importante. Anche verso noi stessi.
Single, infondo, è l'inizio di una storia d'amore con se stessi, che deve e può lasciare spazio anche ad altro - o altri.
Perciò, al prossimo: "Fai tu il lavoro, tanto non hai nessuno che ti aspetta a casa", prendetevi tutto il tempo e la voglia di rispondere: "Ho un impegno con la persona più importante della mia vita: ME". E andate a VIVERE.
Infondo, ME è una ottima ragione per VIVERE.
venerdì 11 gennaio 2013
Relazioni di coppia: come far durare una relazione. Parte 2 Daniela Marrocco | Love Coach
Relazioni di coppia: come far durare
una relazione. Parte 2
Daniela Marrocco | Love Coach
Daniela Marrocco | Love Coach
Ed eccoci a qualche piccolo utile consiglio
per rivitalizzare la coppia.
a)AVERE TORTO O RAGIONE:
prestate attenzione nelle discussioni. Avere torto o ragione rappresenta
un merito della mente, non certo del sentimento. Ragione o torto che abbiate in
una discussione, impegnarvi nella lotta non vi porterà il successo né la
soddisfazione che auspicate. L’effimero e il senso di colpa sono dietro l’angolo.
Come andare oltre: datevi la
possibilità attraverso il dialogo e l’ascolto di comprendere l’altrui punto di
vista e trovate una posizione intermedia in cui entrambi risultate soddisfatti.
Si può anche negoziare in termini di tempo.
b)SINCERI A TUTTI I COSTI: la sincerità
è importante e le bugie ahimè sono davvero poco attente nel non farsi scoprire.
Perciò ricordate di darvi la possibilità di parlare apertamente con il partner,
in particolare per le questioni importanti. Stabilite delle priorità su ciò che
è importante per entrambi e condividete. La sincerità è spesso un atto di
fiducia. Tuttavia non è necessario dire “ogni singola cosa”. Abbiate la
comprensione e l’apertura mentale di realizzare che alcune cose possono
rimanere vostre, del singolo. L’importante è che siano di impatto molto
relativo sulla dimensione di coppia.
c)GELOSO/A IO?: la gelosia è un’emozione
graduale. A seconda della sua intensità dà vita a comportamenti che possono
risultare vagamente piacevoli a indiscutibilmente insopportabili. E’
fondamentale sapere come gestire la gelosia quando si rivela eccessiva o
castrante per uno dei partner ed essere consapevoli che ha a che fare con due
elementi importanti: la vostra fiducia in voi e la fiducia nel partner. Se non
vi fidate di voi e del partner la vostra relazione avrà poca possibilità di
sopravvivere.
d)STARE SEMPRE INSIEME: d’accordo la
vita di coppia è una. Ma le persone coinvolte sono 2. Trovate una
dimensione PERSONALE in cui riconoscervi e soddisfare autonomamente la
vostra personalità attraverso esperienze ed interessi per voi utili. Le
esperienze che i singoli compiono sono un arricchimento nel momento della
condivisione della vita di coppia. Vi darà la possibilità di confrontarvi con
il mondo e magari, di apprezzare ancor più la persona che vi sta accanto. Ma
soprattutto, vi regalerà quello spazio di intimità con voi stessi, così utile a
trovare un equilibrio personale che dipende solo da voi.
e)CONFLITTO E COMUNICAZIONE: Se pensate
che non litigare faccia bene alla coppia, beh devo dirvi che non è esattamente
così. Il conflitto è uno stato NATURALE della relazione. Litigare è una delle
modalità. Anche qui si tratta di come farlo. E rendersi conto che quando si
litiga alcune parole e pensieri ci toccheranno diversamente e saranno molto più
impattanti. Questo non significa che tutto ciò che udiremo o diremo sarà vero.
Perciò, imparate a discernere i momenti: a comprendere che è umano stra-parlare
ma che è anche meraviglioso riprendere ad ascoltare e sentire veramente cosa
non va. Lasciate solo che passi un po’ di tempo. Dopo un litigio, è naturale che “ad ha passa’ a nuttata”, soprattutto
per l’universo maschile.
f)PRESUNZIONI E LETTURE DELLA MENTE: è
forse uno dei veleni peggiori della coppia. Ma anche un compiacimento che dà
sicurezza. Quante volte abbiamo detto “so cosa stai pensando” presumendo la
conoscenza assoluta del nostro partner. Quanto compiacimento custodito in una
frase. E al tempo stesso, mai frase fu meno vera. Perché, signori e signore,
voi CAMBIATE. Presumere di sapere SEMPRE, in ogni singolo
momento/occasione/situazione cosa sta pensando il vostro partner equivale a
dire che NON PENSA, che NON CAMBIA e soprattutto che è prigioniero della vostra
idea di lui/lei. DATEVI la possibilità di SPERIMENTARE LA SORPRESA. Male che
vada vi sorprenderà nel dire le cose in modo diverso.
g)INGERENZE ESTERNE: attenzione alle
ingerenze esterne. La coppia come sistema non può essere inquinato da voci
esterne se vuole essere equilibrata. Suocere, amici/amiche possono esprimere
opinioni. Che tali rimarranno. Ricordate: è fondamentale creare
COMPLICITA’ e INTIMITA’ nella relazione. Un’intimità che non è solo sessuale,
ma soprattutto di intenti, obiettivi comuni. Un po’ come “guardare insieme
nella stessa direzione” .
h)SESSUALITA’: nelle coppie consolidate o con figli questo è
spesso un argomento scottante. La sessualità diventa spesso un impegno
ingombrante, una necessità diversamente vissuta e condivisa. Spesso non vissuta
affatto. In mezzo ci sono i figli: fisicamente, a volte e nel letto. E’
importante trovare luoghi (fisici e non) e modi per alimentare creativamente il
desiderio. Un modo per prendersi cura di sé e dell’altro e riscoprirsi. La
sessualità è l’energia da cui siamo nati. Ed è importante prendersene cura affinché
diventi uno dei collanti di una buona vita di coppia.
E infine il
più importante di tutti: SORRIDETE E DIVERTITEVI INSIEME.
E per ora chiudiamo qui, sebbene l’Universo delle
coppie non sia riducibile a pochi consigli.
Ma da qualche punto bisognerà pur iniziare. Anche
se il bello è che c’è sempre ancora tanto e di più da scoprire.
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